La Comici, finalmente
abbiamo battuto la pioggia di un tiro
Ci sono pareti che si salgono e pareti che prima ci si porta addosso per anni. La nord della Cima Grande era del secondo tipo. L’avevo fissata dal sentiero della Forcella Lavaredo da escursionista, da rifugista, da seconda di cordata, e ogni volta era uguale: troppo grande, troppo liscia, troppo mia per lasciarla stare.
Il bollettino ci dava tempo fino alle due. Quel numero ha dato forma all’intera giornata — la sveglia, il passo sull’avvicinamento, la scelta di alternare i tiri invece di farli a blocchi, le conversazioni brevi in sosta che erano in realtà una sola domanda fatta in otto modi diversi: siamo ancora abbastanza veloci?
L’arrampicata in sé è all’antica, nel senso migliore. Gli appigli ci sono, ma devi fidarti di una logica di sessant’anni fa per trovarli, e l’esposizione sui traversi è di quella onesta — il fondovalle dritto sotto i talloni, niente tra te e lui se non la corda e la tua aritmetica.
Siamo usciti in vetta mentre il primo grigio entrava sopra i Cadini. La pioggia ci ha preso in discesa, dove alla pioggia è permesso.
Quello che mi resta non è il grado e non è la cima. È l’ordine — della corda, delle decisioni, della paura, che non se n’è mai andata ma è rimasta esattamente della misura che ci serviva.